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Ho conosciuto la signora R. nel mese di Maggio del
2004, quando era appena tornata al domicilio dopo tre mesi di ricovero
in struttura di riabilitazione.
Il 17-06-03 aveva subito un operazione per l’impianto di una protesi
monocompartimentale al condilo mediale del ginocchio sinistro, dopo 3
mesi subiva una nuova operazione allo stesso ginocchio per asportare il
menisco laterale e infine il 15-12-03, sempre lo stesso ortopedico
decideva di applicare una protesi totale per “aggiustare
definitivamente” il suo ginocchio.
Ad una prima valutazione pensavo che la paziente non avrebbe
rappresentato un caso difficile da affrontare e, data anche la sua forte
motivazione al trattamento, ero molto ottimista sulla buona riuscita
della rieducazione al cammino.
Seguivo la paziente per conto del servizio di assistenza domiciliare
della A.S.L., che mi aveva inviato al suo domicilio per un ciclo di
fisioterapia tre volte alla settimana a giorni alterni per due mesi. Il
programma stilato dal fisiatra prevedeva: rinforzo quadricipite e
glutei, recupero della articolarità del ginocchio sinistro e progressivo
abbandono delle stampelle.
La signora si presentava in buone condizioni fisiche generali, con il
ginocchio sinistro però gonfio ed arrossato e molto dolente alla
flessione, che riusciva solo ad accennare attivamente e non andava oltre
i venti gradi ad anca flessa.
A quei tempi conoscevo poco la PANCAFIT® ed attenendomi scrupolosamente
alle indicazioni del fisiatra ho lavorato intensamente con la signora
per i due mesi previsti, ottenendo risultati scarsi sotto il profilo del
recupero articolare e nulli sul miglioramento del dolore.
Pensavo che la causa della fortissima sensibilità del ginocchio fosse da
imputare soprattutto ai tanti piccoli disturbi che infastidivano la
paziente e non le permettevano di lavorare con continuità, come la
lombalgia, il mal di testa e la grave forma ansiosa per la quale era in
terapia da 25 anni e che era ulteriormente peggiorata dopo le ultime
operazioni.
Parlando con lei durante il trattamento, vedevo che avevo di fronte una
persona che era stata sempre molto attiva e aperta di carattere, a cui
piaceva chiacchierare con la gente e con una passione speciale per il
ballo.
Mi rendevo conto che soffriva molto per quel ginocchio che la
costringeva a stare sempre in casa da ormai un anno. Spesso mi
raccontava delle difficoltà che aveva vissuto nella sua vita per
costruirsi la sua indipendenza, dei problemi di tutti i giorni che la
preoccupavano, della morte precoce ed improvvisa prima del figlio (nel
1980 a 17 anni per incidente stradale) e poi del marito (nel 2000) e del
difficile rapporto che viveva quotidianamente con la figlia con cui
abitava.
Terminato il ciclo di terapie mi ero preoccupato di lasciare alla
paziente una scheda di esercizi da svolgere regolarmente in attesa di
trovare quella continuità del lavoro di cui aveva bisogno.
Il 26-04-05 venivo nuovamente inviato dalla A.S.L al domicilio della
paziente.
Nel frattempo la signora aveva subito una nuova operazione al ginocchio
sinistro il 25-01-2005 per la sostituzione della protesi totale del
ginocchio con un’altra ancora più voluminosa da parte di un nuovo
specialista, che indicava come causa di tutti i problemi l’errato tipo
di protesi impiantato nel precedente intervento.
Durante la prima seduta ho constatato che le condizioni del ginocchio
erano identiche a come lo avevo lasciato un anno prima, nonostante fosse
reduce da 2 mesi di ricovero in unità operativa di recupero funzionale.
In particolare ho notato subito che nei 12 giorni di attesa per la mia
attivazione, la paziente aveva perso tutti i benefici della terapia che
aveva svolto in ospedale (secondo la signora non ne aveva avuti molti) e
che la situazione era molto diversa da quella che mi aspettavo di
trovare, in base alle indicazioni del fisiatra dell’ospedale nella
cartella clinica alla dimissione.
Il ginocchio infatti, si presentava ancora rosso, caldo, gonfio e
dolente al minimo movimento attivo; solo dopo una prolungata
mobilizzazione passiva ed attiva assistita raggiungeva i 60° di
flessione passiva e 30° attiva ad anca flessa, ma alla seduta successiva
tutti i risultati erano andati persi.
Proseguendo con il trattamento avevo l’impressione di svolgere lo stesso
lavoro fatto un anno prima e la mancanza di risultati era confermata
dalla visita di controllo del 23-05-2005, presso l’ortopedico che
l’aveva operata e che già preventivava un nuovo intervento…
In quel periodo la signora Riva si sentiva ogni giorno più disperata per
le condizioni del suo ginocchio che le lasciava una limitata autonomia e
la obbligava a passare intere giornate a letto. Mi confessava che spesso
litigava con la figlia che la accusava di impegnarsi troppo poco e che
avrebbe preferito tagliare via la gamba piuttosto che continuare a
vivere in quelle condizioni.
In quei giorni inoltre assumeva una quantità incredibile di farmaci
arrivando a prendere anche 3 co-efferalgan, 3 aulin e mezzo tubetto di
voltaren emulgel al giorno per combattere il dolore che, come mi
ripeteva spesso, non la lasciava in pace un minuto.
Io da parte mia non facevo molto per aiutare la paziente continuando da
“bravo fisioterapista” a lavorare intensamente sul rinforzo isometrico
del quadricipite, la ripresa articolare del ginocchio e il carico
progressivo sull’arto sinistro (molto difficile per il forte dolore che
scatenava).
In quel periodo stavo iniziando a lavorare con il metodo Raggi® e
durante le sedute avevo buoni risultati sulla terapia del dolore
utilizzando le tecniche miotensive ed insegnando alla paziente a
respirare con il diaframma che si presentava bloccato e sensibilissimo
al trattamento. Avevo inoltre riscontrato che quando i rapporti con la
figlia erano più sereni e la signora mi raccontava i suoi problemi, il
ginocchio diventava più trattabile e meno dolente.
Dopo 2 mesi di trattamento “classico”, a Luglio mi sono deciso a
cambiare strategia ed ho proposto alla paziente di provare il lavoro di
allungamento muscolare globale decompensato su PANCAFIT®.
Quando ho chiesto alla signora Riva di prepararmi i referti delle viste
ed esami effettuati nella sua vita per preparare la scheda personale di
raccolta dati, non immaginavo di dover passare l’intera mattinata a
riordinare cronologicamente una serie infinita di indagini diagnostiche,
visite specialistiche e ricoveri ospedalieri.
Iniziando il trattamento ho avuto subito delle difficoltà a posizionare
la paziente sulla panca in maniera corretta poiché accentuava molto la
tendenza a ruotare il bacino verso sinistra, ad extraruotare l’arto
inferiore sinistro ed era impossibile farle aderire il tratto lombare.
Essendo indeciso su come iniziare il trattamento, ho pensato bene di far
lavorare la paziente sulla respirazione diaframmatica posizionandola
sulla panca 1+4, con la cintura blocca gambe e posturandola al meglio.
Dopo trenta minuti sono riuscito a farle appiattire il tratto lombare
mantenendo la respirazione corretta e l’ho fatta rialzare in piedi
pensando che quel lavoro fosse sufficiente come prima seduta. La prima
impressione della paziente è stata quella di essere più alta e di
riuscire a portate più peso sulla gamba sinistra che era sempre dolente
e bloccata in estensione ma visibilmente meno arrossata e sensibile al
tatto. Chiedo inoltre alla signora Riva di esercitarsi da sola a casa
nella pratica della respirazione diaframmatica.
Alla seconda seduta la paziente riferiva di avere avuto dei benefici sul
dolore al ginocchio che erano proseguiti per un paio di giorni ed un
netto miglioramento della resistenza a stare in piedi poiché la
lombalgia era diminuita. Decido di continuare con il trattamento con
Pancafit® 1+4 provando questa volta il massaggio al diaframma, che si
presenta rigido e molto sensibile (più a sinistra che a destra), e dopo
dieci minuti di delicato trattamento scatena nella signora Riva una
forte crisi di pianto. Dopo qualche istante si è ripresa ed abbiamo
proseguito con la respirazione diaframmatica. Inoltre conoscendo la
paziente come tipico soggetto simpaticotonico ho applicato un leggero
massaggio direttamente sulla lunga cicatrice del ginocchio, che si era
già rivelata attiva al test, oltre che edematosa e ricca di aderenze;
osservo che in postura si presenta più sensibile al trattamento rispetto
a quando la lavoravo da sdraiata a letto. Il ginocchio si presenta meno
arrossato e dopo qualche minuto di massaggio migliora la postura sulla
panca ed aumentano le tensioni a livello della zona lombare e degli arti
inferiori.
Prima di congedare la signora le insegno ad automassaggiarsi la
cicatrice con un po’ di crema idratante e la invito a continuare con gli
esercizi di respirazione.
Alla terza seduta mi riferisce che i benefici alla zona lombare sono
notevoli ma il ginocchio continua ad avere beneficio per poco tempo dopo
il trattamento. Decido di inziare il lavoro di mobilizzazione della
caviglia su Pancafit® 2+3, che inizialmente risulta un lavoro molto
complesso da coordinare per la paziente, e di lavorare sulle anche con
un lavoro di riallineamento dedicato all’arto inferiore sinistro. Per la
prima volta al termine del trattamento la paziente riesce a flettere
attivamente il ginocchio a 30° senza dolore, ma la cosa che più mi
soddisfa è vedere finalmente il viso della signora Riva più rilassato e
sorridente.
Riprendo il trattamento dopo tre settimane di sosta per le vacanze
estive e quando chiedo alla paziente un aggiornamento della sua
situazione generale, mi fa subito presente che il ginocchio purtroppo
fatica ancora a piegarsi e se sforzato, torna a gonfiarsi e fare male.
Quando però le faccio notare che un mese prima era stata lei stessa a
dirmi di non avere un minuto di tregua dal dolore e che la lombalgia era
un problema ormai superato, ammette che dei notevoli miglioramenti erano
già stati ottenuti e che al momento assumeva come terapia del dolore una
compressa di Efferalgan 1000 al bisogno ogni giorno, con un notevole
risparmio in farmacia!
Durante il mese di Settembre ho proseguito il trattamento con frequenza
di una volta a settimana e circa 45 minuti di durata, aumentando
progressivamente la chiusura della panca fino ad arrivare a lavorare con
Pancafit® 3+4 sulla mobilizzazione delle caviglie e delle anche. Molto
utile si è rivelato anche il lavoro di massaggio connettivale e
miofasciale profondo alla zona lombare ed agli arti inferiori che,
seppur fastidioso, lasciava alla paziente sensazione di leggerezza e
maggiore libertà di movimento.
Il diaframma è ancora rigido e mal sopporta il massaggio, in particolare
a sinistra, anche se ora è sicuramente più trattabile e dopo qualche
minuto mi permette di addentrarmi sotto il costato con la punta delle
dita. Molto meglio invece il controllo della respirazione senza compensi
ed il mantenimento della corretta postura su Pancafit®.
Oggi la signora Riva ha finalmente abbandonato una stampella, riesce
ogni giorno a pedalare per 15 minuti sulla cyclette senza resistenza e
saltuariamente cammina senza ausilii.
Il ginocchio non appare più gonfio ed arrossato ed è meno sensibile al
tatto ed al movimento, tanto che riesce a fletterlo a 60° attivamente ad
anca estesa, a 90° passivamente e 30° in carico. Il dolore non è
completamente scomparso, in particolare quando è forzato in flessione,
ma si localizza a livello del condilo mediale della tibia. Cammina con
buona autonomia con carico sfuggente a sinistra ed esegue 2 piani di
scale con carico a destra senza problemi.
La signora mi chiede spesso quando potrà tornare a calzare le “scarpe
della festa” e andare a ballare, io la invito a proseguire con il lavoro
per migliorare ulteriormente le capacità funzionali dell’arto inferiore
sinistro e consolidare i risultati che abbiamo ottenuto. Non le faccio
inutili promesse, dato che sono i miglioramenti visibili che ci
stimolano a proseguire su questa strada.
La signora Riva è entusiasta dei risultati, ormai insperati, che stiamo
ottenendo lavorando con il Metodo Raggi® su Pancafit®.
Ha ripreso la speranza di poter tornare a camminare come prima ed
apprezza i miglioramenti non solo sul suo ginocchio ma anche sui tanti
piccoli dolori che prima la disturbavano (mal di testa, lombalgia,
cervicalgia ecc…), sui rapporti interpersonali (in particolare con la
figlia) e sulla sindrome ansiosa per la quale ha concordato con il
medico specialista la progressiva diminuizione della terapia in corso.
Dal mio punto di vista non posso nascondere la soddisfazione che provo a
vedere finalmente migliorare una paziente che tanto ha sofferto e per la
quale, fino ad un anno fa, non avrei potuto fare molto. |