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Nel mese di gennaio, l'allenatore di pallavolo
Alessandro ci contattò per fissare un appuntamento per una sua atleta di
12 anni, che presentava forti dolori e gonfiore al ginocchio destro,
tali da crearle notevoli impedimenti nell'esecuzione di determinati
gesti tecnici durante gli allenamenti.
Il giorno della consulenza sottoposi Giulia a dei test per valutare
l'entità meccanica del disturbo. Notai immediatamente che, nel tentativo
di piegarsi sulle gambe per assumere la posizione di accosciata,
presentava oltre ad evidenti disagi di gestione del movimento e
dell'equilibrio, anche un fastidio localizzato al quadricipite (muscolo
anteriore della coscia), nel momento in cui veniva sottoposto a
stiramento.
Il fastidio era tale da condizionarla in ogni attività, sia ludica che
generica.
Chiesi quindi a Giulia di mettersi su Pancafit per verificare un
sospetto: ero convinto che il quadricipite fosse in uno stato di
sofferenza tale da rimanere costantemente in una condizione di difesa
(quindi non disponibile a farsi stirare) e che, attraverso il robusto
tendine che lo collega alla rotula, stesse disturbando di riflesso il
ginocchio.
Le proposi un esercizio di flesso estensione del piede destro per
osservare come gestiva questo movimento che, in condizioni ottimali,
dovrebbe essere promosso da due soli muscoli: tibiale anteriore e
tricipite surale.
Notai che Giulia, nell'effettuare tale movimento apparentemente
semplice, utilizzava anche il muscolo quadricipite per dare una "mano"
ai due muscoli sopra menzionati. Approfondendo la questione con lei,
emerse che la sua caviglia destra era stata soggetta a molteplici
distorsioni, le quali man mano ne avevano ridotto sensibilmente la
mobilità.
Ciò stava a significare che il "giusto meccanismo" si era inceppato e
che il quadricipite veniva chiamato a svolgere un lavoro non proprio, o
meglio, a sopperire quella parte di lavoro che non risultava più svolto
dai muscoli tibiale e tricipite.
Tale condizione comportava, oltre ad un maggior dispendio energetico
(Giulia si sentiva spesso stanca anche al risveglio), anche forti
sollecitazioni in compressione al ginocchio stesso.
Le feci continuare l'esercizio "educando" il quadricipite a non
intervenire nel movimento e, dopo circa una decina di minuti, le chiesi
di rialzarsi per provare nuovamente a piegarsi in accosciata.
Il risultato fu subito evidente: diminuito di circa il 50% il dolore al
ginocchio e migliorato sensibilmente sia l'equilibrio, sia il movimento
del piegamento in accosciata; rimaneva invece invariato il gonfiore al
ginocchio.
Consigliai quindi di effettuare un accertamento ecografico per valutare
la natura del versamento interno, dopo aver provato a fare per una
settimana (tutti i giorni per circa tre ore al giorno) degli impacchi di
argilla ventilata, molto utile per l'assorbimento di eventuali
versamenti interni.
Congedai quindi Alessandro e Giulia, invitando a continuare quel lavoro
di "rieducazione" ad un corretto movimento di flesso estensione dei
piedi, per evitare un sovraccarico inutile alle ginocchia.
Dopo circa dieci giorni Alessandro mi telefonò per condividere la gioia
sua e di Giulia: l'argilla aveva sgonfiato completamente il ginocchio e,
soprattutto, l'esercizio le aveva permesso di allenarsi senza problemi e
con risultati migliori. |